boiata del giorno

Le nostre più (o meno) sentite condoglianze

«Bruna?»
«Sì, Direttore?»
«Ho sentito che è morta la madre del dottor De Manzi. Gli scriva il solito telegramma di condoglianze.»
«Il solito?»
«Sì, “Carissimo Edoardo, ti siamo vicini in questo momento. La Direzione”. Veda lei. Qualcosa di semplice. Tanto non è vero.»

me ciapa masa ben

Mist

21 dicembre, quasi il giorno più corto dell’anno. E ad accompagnarmi nel viaggio verso l’ufficio questa mattina nemmeno le fascinose luci dell’alba, quando il rosa si mescola con l’azzurro – femminile e maschile – e si confonde con le nuvole. Oggi una nebbia quasi mistica – mist, in inglese – avvolge il paesaggio extraurbano e un dì ancora in fasce, li penetra con discrezione, li trasporta nella leggerezza di gocce sospese fondendo la natura con l’artificio umano in una pennellata romantica. Oggetti luminosi privi di poesia, addirittura brutti in se stessi – l’insegna del supermercato o di un benzinaio, il semaforo all’incrocio della zona industriale… -, quando avvolti dalla mistica foschia del mattino risplendono gentili e armoniosi, sfumano tingendo l’aria dei loro stessi colori come se anche loro possedessero un’aura che solo questa nebbiolina mi permette di scorgere. Ogni luce artificiale sfuma e s’amplifica nel paesaggio mistico del mattino, nel cielo ancora scuro, si fa bella senza esserlo, fa bello l’uomo che l’ha posta lì senza gloria e che ora può contemplarla con mistica gratitudine, splende come un piccolo sole freddo nell’attesa che quello vero rischiari la bellezza di ogni altra cosa.

boiata del giorno

La giovane imprenditoria vicentina al vaglio della modernità

VICENZA – Chi frequenta il centro o la stazione li (ri)conosce, per gli altri c’è sempre il dubbio: e se fossero sinceri? Sono i ragazzi dei biglietti incompiuti, quelli a cui, per una sorta di sfida alla matematica, mancano sempre uno o due euro per prendere il biglietto del treno o dell’autobus. «Buongiorno, mi scusi, devo andare a Bologna ma ho finito i soldi, mi mancano solo due euro per prendere il biglietto, lo vede?, gli altri soldi ce li ho già, mi mancano solo due euro, la supplico, mio zio sta morendo, mia nonna sta tentando il suicidio e devo correre a salvarla, solo un euro per cortesia, la mia gatta è incinta e non c’è nessuno che la faccia partorire, cinquanta centesimi, la supplico, solo una monetina…» e tu a un certo punto vuoi crederci, dare fiducia a questo ragazzo che sì ha l’aspetto trasandato da fattone, ma in fin dei conti tutti i ragazzi d’oggi si vestono un po’ così, sembrava sincero, in fondo cosa saranno mai due euro?, e poi fra l’altro giudicare dall’abito non va più di moda, suvvia, un po’ di modernità nel pensiero!, ti dici e sganci due euro sperando che almeno i gattini nascano sani o che la nonna si salvi. Venti euro dopo li vedi ancora girare chiedendo i soliti due euro e capisci che, nolente, sei entrato nel loro business in veste di cliente occasionale (dico occasionale sulla fiducia).

Vengo dalla provincia, questi incontri mi capitano di rado, ma ho comunque escogitato una formula per levarmi di torno questi indesiderati professionisti, formula che ho potuto esercitare lunedì scorso quando un ragazzo mi ha fermato chiedendomi i due euro mancanti per prendere il bus per Arzignano. «Ho la carta di credito», ho detto in automatico sottintendendo che non ho contanti (è la formula di cui parlavo poche righe sopra), già pentito di non avergli – povero ragazzo! – offerto almeno un passaggio. «Non c’è problema», ha risposto lui, e dalla tasca posteriore dei jeans ha preso e mi ha presentato un POS già acceso e pronto all’uso. L’ho guardato e ho pensato: e se fosse sincero?

boiata del giorno talian

Fenomeni sociali (socialità fenomenali)

Strani fenomeni sociali oggi, sul luogo di lavoro. Ho parlato tutto il giorno con un marcato accento moldavo (scopo di questo post non è celebrare le mie doti – peraltro inesistenti – da attore), divertissement che ha mandato in confusione i miei colleghi: nel giro di poco alcuni di loro hanno cominciato a parlarmi in italiano, lentamente e scandendo bene le parole, assumendo un accento insolito e persino perdendo l’uso delle coniugazioni verbali. Per di più sono stato vittima di razzismo. Ho l’impressione che spingere gli altri al distacco dalla realtà potrebbe essere più facile del previsto. Prendo appunti…

talian

Volere è dovere

Ci ho pensato notando come le mie colleghe, ma anche milioni di altre persone, usano spesso il verbo potere nella sua forma negativa riferendosi a cose che non si devono o non si dovrebbero fare, tipo “Non si può mandare un’email di questo tipo alla tal persona nella tal posizione”, o “Non puoi rispondere così al telefono”, “Non posso andare a casa facendo finta di niente, anche se il mio orario di lavoro è finito” e avanti così all’infinito. Fanno riferimento a regole, di solito non scritte, di politically correctness, di cosiddetta buona educazione (poi che sia buona è tutto da vedere…), spesso di autosottomissione allo schiavismo veneto quando si parla di lavoro (ma questo è un altro discorso ancora).
Sento usare il verbo potere anche quando qualcuno vuole rammentarmi una serie di noiosissime regole, tipo “Non si può bere il vino rosso col pesce”, o quando ci si lamenta dei tanti divieti dicendo “Non si può fare mai niente!”

Nel dizionario, il significato 2 del verbo potere è Avere il permesso, la facoltà di fare qlco.; essere autorizzati. Questo secondo significato entra spesso (quasi sempre) in conflitto con il significato 1, che è Essere in grado di fare qlco., avendone la capacità, la forza. Il significato 2 è astronomicamente distante dal significato 1; piuttosto, assomiglia molto di più alla definizione di dovere: “Non devi rispondere così al telefono”, “Non devo andare via facendo finta di niente”, eccetera eccetera.

Come siamo passati a parlare di non potere anziché di non dovere, a usare la stessa parola confondendo ciò che è vietato con ciò che è impossibile? Perché in effetti non ci sono leggi contro le cose impossibili, d’altra parte non ce ne sarebbe bisogno: “Non devi essere trasparente”, “È vietato cavalcare unicorni” sono norme che non hanno ragion d’essere, dal momento che infrangerle sarebbe fisicamente impossibile.

Usare non potere anziché non dovere crea una conflittualità non indifferente all’interno del potere stesso e dei suoi significati: io posso (sono in grado di) fare qualcosa che non posso (non sono autorizzato a) fare, oppure non posso fare qualcosa che posso fare (nel caso qualcuno mi desse l’autorizzazione a cavalcare unicorni, per esempio).

In realtà questa conflittualità nasconde in sé un preciso progetto (dell’inconscio individuale? di un inconscio collettivo? di chi ha inventato le regole o il linguaggio?) di confondere le due cose: non potere mi solleva da qualunque possibilità di scelta, dal momento che non posso potere l’impossibile. Il verbo dovere o i termini vietato, divieto e così via, mi pongono invece di fronte alla decisione di rispettare o meno una regola, e di fatto a chiedermi, in molti casi, se è sensata, se non è controproducente o dannosa, se è necessario rispettarla, chi me lo fa fare a farlo, eccetera. Ci sono miriadi di regole (spesso non scritte) ereditate da vecchie superstizioni, che nel migliore dei casi non servono a niente, di cui nessuno sente il bisogno, che anzi molti vorrebbero contravvenire ma si bloccano di fronte all’enunciazione di una impossibilità: non posso farlo.

Tutto questo è solo un’accampare scuse per non fare qualcosa che non si vuole o non si ha il coraggio di fare cercando di far ricadere la colpa su un qualche indefinito legislatore. Volere non è più potere, se il dovere prevale sulla volontà. E, dall’altro lato, rispettare una regola che si vuole rispettare non dovrebbe essere motivo di vergogna, quindi perché non prendersi il “merito” della scelta?

 

A questo punto non posso concludere il post senza una conclusione efficace e a effetto. Ma siccome è proprio quello che voglio, è anche quello che farò, in questo momento.

boiata del giorno

Disappunto

Non ho memoria, nei sei o sette anni da che frequento le assemblee condominiali, di un’assemblea che non si sia svolta in un giorno di pioggia (ma questo può dipendere dal fatto che non ho memoria).
Questa mattina, quando sono uscito di casa, il sole mi ha illuso che fosse cambiato qualcosa. Si può immaginare il mio disappunto, dopo otto ore di clausura ospedaliera, nell’uscire e trovare, inaspettata, la pioggia. Non tristezza, non sconforto: disappunto. La constatazione che le cose devono andare così. E basta.

Un po’ come le email che io e il capo ci siamo scambiati ieri. Le cose sono andate così:

– Evento 1: ieri mi ha scritto questa email:

Carissimo
da settembre ti stai muovendo nell’ambiente dei canali di comunicazione.
E’ giunto il momento di fare formazione alle analiste e al r4sto del servizio.
Ci aspettiamo, dopo il tempo concesso, che tu:

  • spieghi i rudimenti HL7

  • spieghi con documentazione, i MSG in uso su TC,LIS,AP,RIS

  • come funziona MIRTH su LIS,RIS

Ti chiedo di organizzare ENTRO FEBBRAIO una o piu’ sessioni di formazione.
Coordinati con Francesca p.f.
Attendo date,. grazier

– Evento 2: ieri gli ho risposto con questa email:

19 febbraio.

– Evento 3: oggi ho letto la sua risposta:

Occhio
non essere nervoso……..
e non farmici diventare…..

Posso immaginare il suo disappunto nel notare il contrasto fra i suoi elaborati e contorti sermoni (questo era il più sintetico dei quattordici coi quali mi ha ammorbato fra ieri e oggi) e la mia straordinaria ed efficace sintesi. O forse è rimasto sconvolto dal fatto che, in risposta a un suo “Carissimo”, non l’ho chiamato nemmeno “Caruccio”, “Carino”, “Caro”, “Egregio”… cioè, non l’ho proprio chiamato.
Disappunto, comunque, dicevamo…

boiata del giorno

Colpo di fulmine a Celsereno

La prima volta che ho sentito l’espressione “fulmine a ciel sereno”, ero ancora piccolo, ho pensato che si stesse parlando di un evento atmosferico (del tutto comune, in occasione di un temporale) avvenuto in una località (ligure, aveva specificato la mia fonte (che si crede essere la mia fantasia)) chiamata Celsereno.
Oggi credo che quel paese sia abitato da perfetti imbecilli. Come questi:

 

«Ti amo!»
«…»
«Ti amo!»
«…»
«Ti amo, amore mio! Ti amo!»
«…»
«È da mesi che te lo volevo dire!»
«Ma se ci conosciamo da una settimana!»
«Sì, infatti, zero virgola due mesi.»
«…»
«Tu non sai com’è terribile tenersi dentro un sentimento così grande per un tempo così lungo!»
«…»
«È un’eternità, in confronto al tempo trascorso da che ci siamo conosciuti!»

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Post n. 82: Ecco, l’ho fatto…

… di nuovo: Un articolo mozzafiato e mozzatesta sullo spinoso quanto affascinante argomento delle realtà dimensionali. Qui.

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Post n. 81

Copeve tuti ga cronpà casa! Saria sta anca ora, par 12 (dodexe) euro l’ano no xe da far massa i ciuini, digo ben?
Ma se dixe “conprare” o “cronpare”? Parché mi “cronpare” me sa da uno che maxena sassi coi denti.
CUMUNCUE, na roba inportante, che la fa pensare, dela lengua veneta, xe cuando che nase un bocia. Se dixe: “I ga conprà un bocia”, o “I ga cronpà un bocia”. Nel senso che fare un bocia no xe mia tanto pa’l parto o par slevarlo su finché no’l va laorare, pi che altro xe un sforso economico non indiferente.
Me domando prima che i inventase i schei come che i veneti i faxeva a far fioi.
Va ben, l’inportante xe cuesto:

 

copevetuti.it

 

E non ste desmentegarvelo!

boiata del giorno

Il senso della vita

Ho scritto questo articolo nel lontano 2007 in un blog che sta per morire definitivamente, e non sempre la morte è un avvenimento sbagliato. Comunque alcuni post tornano sempre d’attualità. E questo lo sarà finché esiste l’uomo:

Capita a volte che ci si interroghi su domande di vita elementari nella loro formulazione, la cui risposta è terribilmente lontana: Essere o non essere? Qual è il senso della vita? Perché questo mondo a volte sembra così sbagliato? Dio esiste? Qual è il participio passato del verbo soccombere? Succede qualcosa dopo la morte?

editoriale

Post n. 79: A volte scrivo nei blog degli altri…

… e oggi ho pubblicato questo: Guadagnarsi da vivere.